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Le infezioni ospedaliere, che dopo la scoperta degli antibiotici sembravano oramai debellate, a oltre 50 anni di distanza rappresentano oggi uno dei più gravi problemi di salute pubblica, con un elevato impatto sui costi sanitari.
Un’infezione ospedaliera è definita come un’infezione acquisita in ospedale da un paziente che era stato ricoverato per ragioni diverse dall’infezione stessa. In altre parole, un’infezione che non era presente nel paziente prima del suo ingresso in ospedale.

Uno studio di prevalenza condotto dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) in 55 ospedali di 14 diversi Paesi, anche Europei, ha mostrato che l’8,7% dei pazienti ricoverati presentava un’infezione ospedaliera. Secondo dati più aggiornati del Ministero della Salute Italiana, nel nostro Paese, il numero di infezioni ospedaliere presenta un’incidenza media tra il 4,5 e il 7% dei ricoveri. Ciò si traduce in circa 450.000 - 700.000 casi per anno, con una mortalità dell’1%.

Tra le infezioni ospedaliere di più frequente riscontro, si annoverano le infezioni della ferita chirurgica, le infezioni del tratto urinario e le infezioni delle basse vie respiratorie, mentre i reparti in cui la prevalenza risulta essere più elevata sono le unità di terapia intensiva e i reparti chirurgia generale e ortopedica.

Le infezioni ospedaliere rappresentano una delle principali cause di morte e, come già anticipato, sono responsabili di un considerevole aumento dei costi per il servizio sanitario, poiché determinano un incremento della durata della degenza in ospedale per il paziente con l’infezione.
Tra i fattori che influenzano lo sviluppo di infezioni ospedaliere bisogna annoverare: il patogeno e le sue caratteristiche di virulenza; le condizioni cliniche del paziente ricoverato e il suo grado di immunocompetenza; i fattori ambientali che possono favorire la trasmissione dell’infezione tra un paziente e un altro. Ma tra tutte le cause che hanno portato al persistere e all’aggravarsi delle infezioni nosocomiali, senza dubbio la selezione dei ceppi batterici antibiotico-resistenti è tra quelle più rilevanti. Infatti, l’uso prolungato e non sempre mirato degli antibiotici ha portato alla formazione di mutanti spesso dotati di multiresistenza nei confronti dei farmaci antibatterici: un esempio è rappresentato dallo Staphylococcus aureus meticillino-resistente (MRSA) che nel tempo ha sviluppato una resistenza verso diversi antibiotici in uso. Così, mentre le percentuali di resistenza crescono, cresce anche il rischio di una terapia inefficace, che porta ad una maggiore probabilità di esiti negativi nei pazienti.

Quali soluzioni?

Da una parte, sicuramente, l’approccio più consono è quello che prevede l’attuazione di sistemi di sorveglianza delle infezioni ospedaliere che coinvolgano le diverse figure professionali interessate. Dall’altra, disporre di nuovi antibiotici a struttura molecolare e meccanismi d’azione innovativi ad ampio spettro in grado di superare i problemi di resistenza. Su questo ultimo fronte, un nuovo antibiotico è stato recentemente approvato per l’uso in Europa ed è il primo di una nuova classe chiamata glicilcicline.

L'antibioticoresistenza

Cos’è l’antibioticoresistenza?

Molte infezioni batteriche acquisite all’interno e all’esterno dell’ospedale, una volta considerate gravi e pericolose per la vita, possono oggi essere trattate con successo tramite gli antibiotici. Tuttavia, poiché gli antibiotici sono divenuti largamente accessibili a partire dalla metà del ventesimo secolo, il loro uso eccessivo e scorretto ha determinato l’emergere di nuovi ceppi batterici resistenti. A causa dell’antibioticoresistenza, gli agenti antimicrobici diventano meno efficaci; ciò determina un aumento della morbilità e della mortalità nei pazienti affetti da infezioni comuni. Questa situazione è particolarmente pericolosa nei pazienti con malattie latenti o nei pazienti immunocompromessi o defedati.

La resistenza batterica è, oggi, all’ordine del giorno in ambiente ospedaliero e sta guadagnando terreno anche in ambito comunitario. Secondo i Centri Statunitensi per la Prevenzione ed il Controllo delle Malattie, l’antibioticoresistenza sta divenendo talmente diffusa che, virtualmente, nel mondo, tutti i microrganismi patogeni causa di gravi infezioni batteriche, stanno divenendo resistenti agli antibiotici generalmente in uso. Ad esempio, batteri come pneumococchi, stafilococchi, enterococchi e micobatteri sono divenuti resistenti a molti antimicrobici, una volta efficaci.

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Cosa determina l’antibioticoresistenza?

A causa dell’uso inappropriato degli antibiotici e dell’evoluzione naturale, i batteri, in risposta agli antibiotici generalmente utilizzati, sviluppano geni resistenti. Prescrizioni eccessive, somministrazioni di dosi al di sotto di quelle ottimali, durata insufficiente del trattamento e diagnosi sbagliate, che comportano l'utilizzo di trattamenti inappropriati, sono tutti fattori che contribuiscono all’antibioticoresistenza, inoltre l’erroneo impiego della terapia antibiotica per infezioni virali comuni, acquisite in comunità, è particolarmente preoccupante. I medici spesso prescrivono antibiotici per malattie virali, a causa di diagnosi errate, mancanza di tempo e richieste da parte del paziente.

Tuttavia, gli antibiotici non sono efficaci nel trattamento dei virus. Le malattie acquisite in comunità che includono il raffreddore, l’influenza ed il mal di gola (a meno che non siano dovute allo streptococco) non dovrebbero essere trattate con antibiotici.

Tra i meccanismi di difesa utilizzati dai batteri ritroviamo le pompe di efflusso, la protezione ribosomiale e la produzione di enzimi idrolitici (le betalattamasi). Tramite le pompe di efflusso l’antibiotico viene rapidamente espulso dai batteri, facendo diminuire in modo significativo l’efficacia dell’antibiotico stesso. Attraverso la protezione ribosomiale alcuni antibiotici non possono più legarsi all'unità dell’apparato cellulare batterico preposto a facilitare la sintesi proteica dei batteri (il ribosoma), rendendo anche in questo caso l’antibiotico inefficace. Infine, attraverso la produzione di betalattamasi, il batterio provoca la rottura dell’anello betalattamico di alcuni antibiotici (betalattamici) inattivandoli.

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Quale impatto produce l’antibioticoresistenza sulla Salute Pubblica Generale?

L’antibioticoresistenza è una grave problematica che si riflette sulla salute pubblica, con risvolti economici, sociali e politici, di portata globale e che superano tutte le barriere ambientali ed etniche. I medici, in tutto il mondo, si trovano ad affrontare una sfida clinica di dimensioni sempre maggiori, poiché le attuali pratiche mediche, che dovrebbero prevenire e controllare le resistenze antimicrobiche in ospedale e nella comunità, sono inefficaci.

Gli enti governativi e le organizzazioni professionali indipendenti, hanno iniziato ad attivarsi per combattere questo problema. Ad esempio, nel luglio del 2001, il Ministro della Salute britannico, Lord Philip Hunt, ha annunciato la creazione di un comitato consultivo indipendente per la resistenza antimicrobica, dedicato a trattare questa problematica nel Regno Unito.

Mentre le percentuali di resistenza crescono, cresce anche il rischio di una terapia non più efficace, che porta a una maggiore probabilità di esiti negativi nei pazienti. E’ stato dimostrato che una terapia iniziale inadeguata a trattare l’infezione batterica è direttamente legata all’aumento della morbilità e della mortalità. D’altro canto, trattare i pazienti che hanno sviluppato degli organismi resistenti, spesso richiede un’ospedalizzazione prolungata.

I medici, di routine, usano gli antibiotici in combinazione, per ridurre questo rischio. Per far fronte alle necessità di uno scenario patogeno che si evolve rapidamente, occorrono delle nuove molecole ad ampio spettro d'azione.

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L'antibioticoresistenza

Che cos'è?


Le cause


Impatto sulla salute pubblica




L’assistenza in onco-ematologia. Aspetti etici e medico-legali - Un’importante pubblicazione sul rapporto tra medico e paziente che ha lo scopo di informare entrambi circa gli aspetti sociali, psicologici, legali ed etici legati al trattamento delle malattie onco-ematologiche.

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